C’è un modo diverso di raccontare la Grande Guerra: osservandola dall’altro lato del fronte, attraverso gli occhi dell’esercito austroungarico e delle sue imponenti opere difensive. È questo il filo conduttore delle due serate ospitate in Manara, lo scorso 10 febbraio e quella seguente del 3 marzo, guidate dal nostro socio e amministratore bers. Stefano Teneggi, che ha accompagnato i numerosi Soci presenti in un viaggio storico sugli Altipiani Cimbri — Folgaria, Lavarone, Luserna e Vezzena — là dove si snodava una delle linee fortificate più strategiche per la difesa di Trento dalle montagne vicentine e dall’Altopiano dei Sette Comuni. A rendere ancora più viva la narrazione, una ricca documentazione fotografica, in gran parte originale, realizzata dallo stesso relatore.
Quel sistema difensivo, costruito a partire dai primi anni del Novecento fino alla vigilia del conflitto, era formato da sette fortezze distribuite lungo l’intero settore. Non si trattava di strutture isolate, ma di un vero organismo militare: forti, trincee e postazioni di supporto per la fanteria dialogavano tra loro in una rete pensata per resistere e controllare ogni accesso possibile.

Le fortezze erano equipaggiate con moderni obici da 100 mm e mitragliatrici; faceva eccezione Cima Vezzena, destinata soprattutto all’osservazione e armata esclusivamente con mitragliatrici. A unire queste opere non erano solo le linee sul terreno, ma anche un doppio sistema di collegamento, telefonico e ottico, che garantiva il coordinamento con il comando di settore in un contesto bellico in cui rapidità e precisione delle comunicazioni potevano fare la differenza.
Progettate dallo Stato Maggiore austroungarico per resistere all’urto delle fanterie italiane per circa cento giorni, quelle fortezze riuscirono invece a tenere per un intero anno, dal maggio 1915 al maggio 1916, fino a diventare il trampolino di lancio della grande offensiva di primavera, la cosiddettaStrafexpedition. Alcune delle opere più datate pagarono un prezzo altissimo sotto i bombardamenti italiani di grosso calibro: Luserna arrivò a sfiorare la capitolazione, mentre Verle, pur devastato, contribuì a respingere il tentativo d’assalto italiano al Basson nell’agosto del 1915, episodio che costò perdite gravissime alla Brigata Treviso.
In questa vicenda trovano posto anche i Bersaglieri del 2° reggimento, protagonisti nell’autunno del 1915 di un tentativo di conquista dei dossi del Plaut, in zona Passo Coe, fermato però dal fuoco delle fortezze di Sommo Alto e Dosso delle Somme. Lo stesso reggimento riuscì comunque a conquistare Cima Maronia, che fronteggiava la poderosa fortificazione di Dosso delle Somme, senza però riuscire a spingersi oltre verso l’obiettivo finale.
Oggi, di quelle sette fortezze, la meglio conservata è Forte Gswent, a Lavarone, in Trentino. Le sue strutture, giunte fino a noi in ottimo stato, ospitano un museo che offre un percorso espositivo di grande interesse e permette di comprendere da vicino la complessità militare e umana di quel fronte.
Incontri come questi, a più di un secolo dagli eventi della Grande Guerra, non rappresentano soltanto un’occasione di approfondimento storico, ma anche un ponte tra memoria familiare e coscienza collettiva. Nel caso di Stefano Teneggi, questo legame è ancora più diretto: il nonno paterno fu un “ragazzo del ’99”, mentre i bisnonni materni militarono come Kaiserjäger nell’esercito austroungarico. È anche attraverso storie come la sua, e attraverso i segni ancora impressi sul terreno, che il passato torna a parlare con forza, ricordandoci quanto la guerra resti, ieri come oggi, un’assurda tragedia.

